Il 13 ottobre 1974 usciva Bad Benson, un album che mostra George Benson in una fase particolarmente interessante della sua carriera. Il chitarrista di Pittsburgh aveva già dimostrato di sapersi muovere con naturalezza nel jazz, ma qui il suo strumento dialoga con arrangiamenti orchestrali, ritmi latini e sonorità elettriche, anticipando in parte la strada che lo avrebbe portato al successo internazionale di Breezin’.
Per capire il posto di Bad Benson nella sua discografia, vale la pena guardare ai due album che lo circondano. Body Talk, uscito nel 1973, era già un passo verso un jazz più elettrico e contaminato, con ritmi funk e un’atmosfera rilassata, quasi da colonna sonora urbana. Breezin’, arrivato nel 1976, avrebbe invece trasformato quella ricerca in un successo planetario, grazie anche alla celebre versione strumentale di “This Masquerade”. In mezzo, Bad Benson rappresenta una tappa di passaggio, nella quale Benson affina il proprio equilibrio fra improvvisazione jazz, groove e melodie accessibili.
A rendere speciale il disco è anche la squadra riunita dal produttore Creed Taylor. Al pianoforte c’è Kenny Barron, al contrabbasso Ron Carter e alla batteria un giovane Steve Gadd, destinato a diventare uno dei session drummer più richiesti al mondo. Phil Upchurch contribuisce alla trama sonora con chitarra, basso elettrico e percussioni, mentre gli arrangiamenti sono firmati da Don Sebesky, musicista e orchestratore capace di fondere jazz e scrittura sinfonica senza appesantire la musica.
Un ruolo fondamentale lo ebbe anche la CTI Records, l’etichetta fondata dal già citato Creed Taylor nel 1967, diventata negli anni Settanta un punto di riferimento per il jazz più elegante e contaminato con funk, soul e sonorità orchestrali. Taylor aveva un’idea molto precisa del suono e curava ogni dettaglio, dagli arrangiamenti alla scelta degli studi e dei musicisti. Molte produzioni CTI si distinguono ancora oggi per la straordinaria qualità delle registrazioni, con strumenti ben definiti, bassi profondi, grande spazialità e una resa degli archi particolarmente ricca. In Bad Benson questa attenzione è evidente nel modo in cui la chitarra emerge dal tessuto orchestrale senza perdere naturalezza, mentre la sezione ritmica conserva corpo e dinamica. Una pulizia sonora che non è semplice perfezione tecnica, ma parte integrante dell’esperienza d’ascolto.
Uno degli episodi più curiosi è “My Latin Brother”, composizione dello stesso Benson. L’introduzione ha un carattere quasi cinematografico, con un colore orchestrale insolito per un disco jazz-funk. Sebesky costruisce parte dell’effetto usando sei violoncelli, senza violini né viole nell’organico accreditato, e aggiungendo l’arpa. Poi il brano si apre al ritmo latino e la chitarra di Benson torna al centro della scena. È un esempio di come un arrangiamento possa trasformare una semplice introduzione in un piccolo racconto musicale.
Bad Benson resta una fotografia di un artista in piena evoluzione, sostenuto da musicisti di altissimo livello e da arrangiamenti che non si accontentano di accompagnare la chitarra. Riascoltarlo significa scoprire un Benson che sperimenta, si apre a nuovi colori e prepara il terreno per una fase decisiva della propria carriera.
