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THE TANGENT: IL PROG MODERNO DEI MUSICISTI DI CLASSE

DiGlauco Costantini

Ott 12, 2026

Nell’ottobre del 2004 The Tangent pubblicavano The World That We Drive Through, il secondo capitolo di un progetto nato dall’incontro fra musicisti provenienti da esperienze diverse della scena progressive. Alla guida c’era Andy Tillison, tastierista e compositore con una visione musicale che non si limitava a recuperare il prog degli anni Settanta, ma lo metteva in dialogo con jazz, Canterbury, fusion e sonorità più moderne.

Il debutto, The Music That Died Alone, aveva attirato l’attenzione degli appassionati nel 2003. Il gruppo non era però una formazione tradizionale, con una line-up immutabile, quanto piuttosto un punto d’incontro fra personalità già attive in altri progetti. Fra i nomi centrali c’erano il bassista Jonas Reingold e il chitarrista Roine Stolt, legato ai Flower Kings, oltre a Guy Manning e Sam Baine.

Con il secondo album arrivò anche Theo Travis, ai sassofoni e ai flauti, destinato a diventare una presenza fondamentale nel suono dei Tangent. La sua voce strumentale si inserisce in una musica capace di passare da intrecci complessi a momenti più melodici, senza rinunciare al gusto per le progressioni lunghe e articolate.

La scaletta comprende cinque brani, fra cui “The Winning Game”, “Skipping the Distance” e la title track. Non è un disco che punta soltanto sull’esibizione tecnica. Il suo fascino sta nel modo in cui le parti si incastrano, lasciando spazio tanto alla scrittura quanto all’improvvisazione e al dialogo fra tastiere, chitarra, basso e fiati.

Il risultato guarda al passato senza diventare una semplice ricostruzione nostalgica. Si sentono echi del progressive classico e dei Flower Kings, ma anche una sensibilità più vicina al neo-prog e alla fusion. È un album che conferma come The Tangent non fossero un progetto occasionale nato sulla scia di un debutto fortunato, bensì una realtà con una propria identità e la voglia di esplorarla.

The World That We Drive Through rimane una tappa importante nella prima fase del gruppo, quando una costellazione di musicisti riuscì a trasformare influenze diverse in un linguaggio comune, senza perdere il piacere di sorprendere chi ascolta.

Di Glauco Costantini

Graphic designer per mestiere, ascoltatore compulsivo per vocazione. La musica, a cui devo il mio stato di perenne squattrinato, è entrata nella mia vita da poppante. A tre anni dormivo con i 45 giri sotto il cuscino, a cinque ascoltavo Beethoven, mordevo il mobile Grundig di mio padre guardando girare i dischi e suonavo la batteria, finché un giorno inspiegabilmente sparì dalla cantina. Ripiegai sul pianoforte, che abbandonai, anche se mai del tutto, a tredici anni. Poi è iniziato il viaggio vero. Funk a undici anni, rock a dodici, progressive a quattordici, fusion a quindici, jazz a sedici. Negli anni Novanta è arrivata anche la New Age. Tra i miei punti cardinali ci sono Genesis, Pat Metheny, Joe Jackson, Dream Theater, Earth, Wind & Fire, Supertramp, Yes, George Benson, Porcupine Tree, John Coltrane, Toto, Mike Oldfield e Miles Davis. Ho registrato migliaia di cassette, disegnato altrettante copertine sul primo Macintosh 128Kb e comprato dischi anche solo perché erano belli da guardare. Sono anche un pacato motociclista e un veloce camminatore, quando il divano me lo permette.