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Da lunedì 17 giugno al Cinema Sociale di Gemona SEVEN WINTERS IN TEHRAN, la storia di Reyhaneh Jabbari, simbolo di resistenza in Iran

DiRedazione

Giu 13, 2024

LA STORIA DI REYHANEH JABBARI, CONDANNATA A MORTE A 26 ANNI E DIVENTATA SIMBOLO DELLA LOTTA PER I DIRITTI DELLE DONNE IN IRAN, NEL DOCUMENTARIO SEVEN WINTERS IN TEHRAN DELLA REGISTA TEDESCA STEFFI NIEDERZOLL

Da lunedì 17 giugno al Cinema Sociale di Gemona

Iran, 25 ottobre 2014. Dopo sette anni di carcere, un’indagine e un processo profondamente viziati, una ragazza di 26 anni, Reyhaneh Jabbari, colpevole di essersi difesa da un tentativo di stupro ferendo con un coltello il suo aggressore, che morirà, viene giustiziata nonostante la mobilitazione di Amnesty International e dell’opinione pubblica internazionale. La famiglia del potenziale stupratore potrebbe salvarla concedendole la grazia, come prevede la legge iraniana, ma non lo fa.

La storia di Reyhaneh, sostenuta fino alla fine dalla propria famiglia e diventata simbolo della lotta delle donne iraniane e di resistenza per un intero Paese, è raccontata nel documentario “Seven Winters in Tehran” (2023) della regista tedesca Steffi Niederzoll, distribuito in Italia da I Wonder e che la Cineteca del Friuli propone al Cinema Sociale di Gemona lunedì 17 e martedì 18 giugno alle 18.30, domenica 23 giugno alle 20.30 e mercoledì 26 giugno alle 20.45. Ingresso unico 3,50 euro.

L’altra protagonista di questa vicenda è la madre di Reyhaneh, Shole Pakravan, che provò in tutti i modi a salvarla. I sette inverni del titolo sono i sette anni e mezzo che la ragazza trascorse in prigione prima di essere impiccata e gli stessi durante i quali Sholecondusse una campagna di verità, volta a dimostrare chi fosse veramente la figlia – una ragazza brillante e amabile, lontanissima dall’immagine cupa veicolata ad arte dalla stampa iraniana – e ciò che le era realmente accaduto.

Dopo la morte di Reyhaneh, Shole, divenuta famosa per il suo attivismo, dovette fuggire a Istanbul e oggi vive con le altre due figlie in Germania (al marito è ancora impedito di lasciare l’Iran), da dove continua la sua battaglia per i diritti umani e contro la pena di morte.

Di Redazione

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