Esistono uomini politici che appartengono alla storia del loro Paese, e poi esistono statisti che, pur non essendo mai usciti dai confini della propria nazione, finiscono per parlare anche alle generazioni future di altri popoli. Charles de Gaulle appartiene alla seconda categoria.
La sua lezione non consisteva nel nazionalismo fine a sé stesso, né nella ricerca dello scontro permanente. Era molto più semplice e, proprio per questo, rivoluzionaria: uno Stato che non è in grado di garantire la propria sicurezza e di difendere i propri interessi finisce inevitabilmente per dipendere dalle decisioni altrui.
Oggi questa riflessione riguarda anche l’Italia.
Viviamo in un mondo che appare sempre meno ordinato. La guerra tra Russia e Ucraina prosegue senza una soluzione politica all’orizzonte. Il Medio Oriente continua a essere attraversato da tensioni profonde. La competizione tra Stati Uniti e Cina si estende ormai alla tecnologia, all’economia e alla sicurezza. Potenze regionali come India, Turchia e Arabia Saudita rivendicano un ruolo sempre più autonomo. L’assetto internazionale nato dopo la Guerra fredda mostra segni di crescente fragilità.
In questo scenario, continuare a immaginare che la sicurezza europea possa essere affrontata con le categorie del passato rischia di essere un errore.
De Gaulle comprese molto presto che l’indipendenza politica richiede anche autonomia strategica. Per questo costruì una forza di deterrenza nucleare francese, mantenne la Francia nell’Alleanza Atlantica ma ne uscì dal comando militare integrato e perseguì una politica estera capace di dialogare con Washington e Mosca senza subordinarsi completamente a nessuna delle due.
Era una posizione che gli procurò critiche in Occidente ma anche rispetto in Unione Sovietica. A Mosca gli venne dedicato un monumento non perché fosse considerato un alleato, ma perché era ritenuto un interlocutore coerente, prevedibile e capace di ragionare secondo la logica degli interessi strategici piuttosto che delle appartenenze ideologiche.
L’Italia, invece, ha spesso rinunciato a sviluppare una vera cultura strategica. La politica tende a concentrarsi sull’emergenza del momento, mentre le grandi trasformazioni geopolitiche vengono affrontate quasi sempre come problemi che riguardano altri. È un atteggiamento che può risultare rassicurante in tempi di pace, ma molto meno quando il sistema internazionale entra in una fase di instabilità.
Negli anni Sessanta anche in Italia si discusse, in ambienti politici e strategici, della possibilità di sviluppare una maggiore autonomia nel campo della difesa. Quelle riflessioni non ebbero seguito, per ragioni politiche, economiche e diplomatiche. Da allora il quadro internazionale è profondamente cambiato.
Oggi l’idea di una piena autonomia strategica europea incontra ostacoli evidenti. Gli interessi degli Stati membri non coincidono sempre, le politiche di difesa restano largamente nazionali e le decisioni comuni procedono con lentezza. Per questo alcuni osservatori sostengono che, se l’Europa non riuscirà a rafforzare la propria capacità di agire come soggetto strategico unitario, i singoli Stati saranno chiamati a riflettere su come garantire la propria sicurezza in un contesto internazionale sempre più competitivo.
Tra i temi più controversi rientra quello della deterrenza nucleare. Secondo una consolidata scuola di pensiero nelle relazioni internazionali, il possesso di arsenali nucleari da parte delle grandi potenze avrebbe contribuito, durante la Guerra fredda, a evitare uno scontro diretto su vasta scala grazie al principio della distruzione reciproca assicurata. Altri studiosi, invece, sottolineano come la stessa presenza delle armi nucleari abbia esposto il mondo, in più occasioni, al rischio di un’escalation catastrofica. Il dibattito resta aperto.
In questo contesto, c’è chi sostiene che anche l’Italia dovrebbe interrogarsi, almeno sul piano teorico, se l’attuale modello di sicurezza continui a essere sufficiente in un mondo meno prevedibile e caratterizzato da un progressivo indebolimento degli equilibri internazionali. È una posizione controversa, che si scontra con gli impegni internazionali assunti dal Paese e con rilevanti implicazioni politiche, giuridiche ed etiche, ma che riflette una domanda più ampia: fino a che punto una nazione può affidare la propria sicurezza esclusivamente alle garanzie offerte da altri?
L’antico motto romano Si vis pacem, para bellum continua a essere citato ogni volta che il mondo attraversa fasi di instabilità. Non è un invito alla guerra, bensì il richiamo a una realtà spesso scomoda: la pace richiede anche credibilità, capacità di difesa e una visione strategica di lungo periodo.
La vera eredità di De Gaulle, forse, non consiste nella scelta di uno specifico modello militare, ma nel metodo. Significa avere il coraggio di leggere il mondo per quello che è, non per quello che vorremmo fosse. Significa comprendere che la sicurezza nazionale non si improvvisa quando la crisi è già esplosa, ma si costruisce con anni di investimenti, pianificazione e scelte politiche lungimiranti.
L’Italia dispone di eccellenze industriali, scientifiche e tecnologiche riconosciute a livello internazionale. La questione decisiva non è se possieda le capacità per affrontare le sfide del futuro, ma se abbia ancora la volontà politica di ragionare in termini strategici. È questa, probabilmente, la lezione più attuale di Charles de Gaulle: in un mondo sempre più multipolare e instabile, l’autonomia strategica non è uno slogan, ma una responsabilità.
