Tizio, Caio, Sempronio…
e poi ancora un nome,
poi un altro, si forma
un elenco lungo
dal quale i nomi scappano,
scivolano fuori dalla pagina,
la carta che non basta
a contenere tutte quelle vite.
Numeri? No, uomini
venuti da lontano,
nomi che avevano una casa,
un volto, una voce.
Eravate uomini. Eravate
prima dei numeri.
Eravate voci che tornavano a casa
con la polvere grigia sulle spalle,
con il carbone nelle mani,
con il peso della giornata
e la speranza ancora negli occhi.
Eravate prima
di essere intrappolati nella miniera
che ha ingoiato il battito dei vostri passi,
il rumore del ritorno,
il canto delle vostre vite.
E ora per sapere dove siete,
dobbiamo chiederci:
dove vanno a finire
coloro che muoiono di lavoro?
No, non nel cielo.
No, non sotto terra.
Vanno a finire
nei posti che non si sanno perdere.
Lì restano restano
nell’incavo di un bicchiere sul tavolo,
in quella piccola ombra circolare
dove ancora sembra
posarsi la mano.
Restano nella piega del lenzuolo
che continua nel dopo
a cercare il peso.
Restano nelle piccole cose
che nessuno eredita:
un vestito che conserva gli odori,
un paio di scarpe troppo strette
o troppo larghe per tutti.
I morti di lavoro
vanno a finire nelle canzoni
che ricordano
con una mappa di parole
i baci acquosi
che inseguono la via delle formiche
per conservare briciole,
ricordi sotterrati,
letarghi sulla bocca di un figlio,
piccoli silenzi custoditi
nel respiro di chi resta.
I morti di lavoro
sono sacchetti di monili
negli occhi d’una madre,
luci nascoste nelle lacrime.
Vedete i minatori?
Non sono scomparsi.
Sono un po’ divisi
nella memoria,
un po’ nel buio profondo.
Sono laggiù, dove la terra conserva
il segreto dei loro passi.
E sono quassù,
nella luce bianca, alta e densa,
che mostra il volto di un mondo
che non ha saputo salvarli.
Coloro che sono morti di lavoro
non sono scomparsi.
Si possono vedere
nell’inchiostro dell’essenza
che si attacca al foglio.
Il dolore deve uscire,
trovare la sua strada.
