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La sanità che non ascolta: infermieri in fuga, carenze croniche e una crisi che va oltre i numeri

DiYuleisy Cruz Lezcano

Giu 23, 2026

Bologna, come nel resto dell’Emilia-Romagna, la crisi infermieristica non si misura soltanto contando i posti vacanti o i concorsi deserti. Si misura osservando ciò che accade ogni giorno nei reparti e negli ambulatori, dove sempre più professionisti raccontano di sentirsi stanchi, demotivati e progressivamente distanti dall’organizzazione per cui lavorano.

I numeri delle dimissioni sono ormai noti. Nel 2024 l’AUSL di Bologna ha registrato 132 dimissioni volontarie di infermieri. Nei primi mesi del 2025 il fenomeno è proseguito. Ma i numeri raccontano soltanto l’ultima pagina della storia. Molto più difficile è capire cosa accade prima di quella lettera di dimissioni.

Negli ambulatori specialistici dell’Ospedale Maggiore, secondo numerose testimonianze degli operatori, il problema non sarebbe soltanto la carenza di personale. A pesare sarebbe soprattutto un’organizzazione del lavoro percepita come sempre più orientata alla copertura immediata delle necessità e sempre meno alla valorizzazione delle competenze.

Infermieri con esperienza in settori specifici vengono spostati continuamente da un ambulatorio all’altro. Non sempre conoscono in anticipo la destinazione del turno successivo. Talvolta la scoprono soltanto all’arrivo in servizio. Nella stessa giornata possono essere assegnati a più attività differenti, ognuna con procedure, materiali, percorsi clinici e modalità operative proprie.

Non è soltanto una questione organizzativa. È una questione identitaria.

Quando la professionalità costruita in anni di formazione e pratica viene percepita come irrilevante rispetto alle esigenze contingenti del servizio, il rischio è che il professionista smetta di sentirsi parte di un progetto e inizi a sentirsi semplicemente una risorsa da collocare dove serve.

La perdita del senso di appartenenza è uno dei temi che ricorrono più frequentemente nelle testimonianze degli infermieri. Non sentirsi ascoltati. Non comprendere le ragioni delle decisioni. Non vedere riconosciute le proprie competenze. Non avere spazi strutturati per segnalare criticità e proporre miglioramenti.

Il problema non riguarda soltanto Bologna.

L’intera Emilia-Romagna si confronta con una carenza infermieristica che gli stessi sindacati e le istituzioni considerano strutturale. Le aziende sanitarie faticano a trovare nuovi professionisti. I corsi di laurea attraggono meno studenti rispetto al passato. I pensionamenti aumentano. Le dimissioni continuano. Le assenze di lunga durata, le maternità, i congedi assistenziali e le limitazioni lavorative riducono ulteriormente la disponibilità effettiva di personale.

La percezione diffusa tra molti operatori è che queste assenze non vengano sostituite con la rapidità necessaria, trasferendo inevitabilmente il carico di lavoro su chi rimane.

Ogni pensionamento non sostituito, ogni malattia prolungata, ogni dimissione genera una pressione aggiuntiva sugli organici già ridotti. E questa pressione si traduce in straordinari, spostamenti continui, aumento della complessità organizzativa e ulteriore stress.

In questo contesto si inserisce il crescente ricorso al reclutamento internazionale.

Le aziende sanitarie di molte regioni italiane, Emilia-Romagna compresa, guardano sempre più spesso all’estero per colmare le carenze di personale. Una scelta comprensibile dal punto di vista della necessità immediata di garantire i servizi, ma che apre nuove sfide organizzative.

Gli infermieri provenienti da altri Paesi portano competenze, esperienze e percorsi formativi che possono rappresentare una risorsa importante. Tuttavia, il loro inserimento richiede investimenti significativi. Devono familiarizzare con la lingua tecnica italiana, con la normativa nazionale, con l’organizzazione del Servizio sanitario, con le procedure aziendali e con farmaci che spesso hanno denominazioni commerciali differenti rispetto ai Paesi di provenienza.

Tutto questo richiede affiancamento, formazione e tempo.

Tempo che spesso viene chiesto agli stessi infermieri già sovraccarichi di lavoro.

Così il rischio è che il reclutamento internazionale venga presentato come la soluzione alla carenza di personale mentre, sul campo, molti professionisti continuano a chiedere altro: ascolto, stabilità organizzativa, valorizzazione delle competenze e condizioni di lavoro sostenibili.

La sensazione che emerge da molte testimonianze è che il dibattito si concentri su come trovare nuovi infermieri piuttosto che su come trattenere quelli che già ci sono.

Si discute di assunzioni, ma meno di clima organizzativo.

Si parla di reclutamento, ma meno di benessere professionale.

Si cercano nuovi professionisti mentre quelli presenti raccontano di sentirsi sempre più soli.

Eppure la domanda più importante potrebbe essere proprio questa: perché tanti infermieri esperti decidono di andarsene o di cercare altrove ciò che non trovano più nel proprio ambiente di lavoro?

Finché questa domanda rimarrà senza risposta, ogni nuova assunzione rischierà di rappresentare soltanto una soluzione temporanea.

Perché la vera emergenza non è soltanto la mancanza di infermieri.

La vera emergenza è il rischio di perdere quelli che ancora credono nella professione e che ogni giorno, nonostante tutto, continuano a tenere in piedi il sistema sanitario.

Di Yuleisy Cruz Lezcano

Yuleisy Cruz Lezcano è poetessa, scrittrice, traduttrice e attivista per i diritti sociali, nata a Cuba e residente in provincia di Bologna. Autrice di diciotto libri, alcuni in edizione bilingue, la sua scrittura attraversa i temi del translinguismo, della migrazione, della memoria diasporica e dei diritti umani. Collabora con numerose testate giornalistiche e riviste culturali italiane, spagnole e latinoamericane, occupandosi di letteratura, cultura, traduzione e impegno civile. Finalista e vincitrice di importanti premi letterari nazionali e internazionali, affianca all’attività letteraria progetti educativi e iniziative contro la violenza e le disuguaglianze sociali.