C’è qualcosa, in questo mondo, che non riesco a comprendere completamente e forse è proprio per questo che mi affascina tanto: le onde. Sì, le onde. Detto in questo modo, sembra quasi che mi sia alzata con la vena filosofica, dopo un sonno confuso. Ma pensateci per un istante: siamo circondati dalle onde. Ci attraversano, ci avvolgono, ci comunicano, ci riscaldano, ci illuminano, ci emozionano… e, nella maggior parte dei casi, nemmeno le vediamo, nemmeno le tocchiamo, nemmeno ci rendiamo conto che sono lì.
La luce che ci raggiunge e con la quale vediamo il volto di una persona amata è un’onda. Anche la voce che ci arriva, attraverso un telefono, dall’altro estremo del mondo viaggia trasformata in onde. La musica che ci fa rabbrividire la pelle non è altro che aria che vibra, ma con senso. Il mare parla con le onde, il cuore batte con le onde, il cervello pensa con le onde. E perfino l’universo, quando due mostri cosmici collidono nel buio, sembra tutto contorcersi in onde, come se lo spazio fosse un lenzuolo scomposto scosso da mani invisibili. A me tutto questo lascia in una quieta meraviglia. Non per ignoranza, ma per rispetto. Perché una cosa è che la scienza ti spieghi una parte del mistero e un’altra cosa, completamente diversa, è che il mistero sparisca. E non sparisce, al contrario, quanto più so, più mi meraviglio.
Viviamo credendo che il mondo sia solido, stabile, fermo, come il tavolo di una sala da pranzo di legno massiccio. Poi arriva la fisica, con la sua casacca bianca e la faccia di chi non ha dormito, e vi dico cosa mi ha detto:
“Yuli, non ti emozionare così tanto. Quello che tu chiami realtà sta vibrando da ogni parte.” E allora mi sono girata, guardando ovunque e ho pensato: per essere tutto in continua vibrazione, siamo messi abbastanza bene, perché questa è una cosa incredibile.
Non vediamo le onde radio, ma grazie a loro ascoltiamo una voce in lontananza. Non vediamo le microonde, eppure riscaldano gli alimenti. Non vediamo le onde elettromagnetiche che fanno funzionare il cellulare, ma siamo lì a inviare messaggi, video, fotografie, discussioni familiari e perfino i “buongiorno” nei gruppi nei quali ti hanno inserito senza consenso. Non vediamo le onde cerebrali, ma lì dentro stiamo pensando, sognando, temendo, amando. Non vediamo molte delle forze che ci sostengono e, invece, ci sostengono. La vita è piena di cose invisibili, ma sono proprio quelle che, spesso, contano di più. Per esempio l’amore non si vede, l’assenza non si vede, la nostalgia non si vede, la fede, per chi ha fede, non si vede.
Nemmeno la memoria si vede. Eppure sono cose che davvero pesano. Per questo mi impressionano tanto le onde: perché sono una metafora perfetta dell’esistenza. Nascono da qualche parte, viaggiano, toccano qualcosa, si trasformano e, a volte, spariscono senza che sappiamo esattamente dove finiscano.
Una parola detta al momento giusto è un’onda, una carezza è un’onda, anche un insulto è un’onda. Una canzone ascoltata durante la nostra giovinezza può continuare a vibrare dentro di noi cinquant’anni dopo. Una frase di nostro padre, uno sguardo di nostra madre, una risata dei nostri figli, un’assenza che è rimasta seduta nella nostra casa e non se ne è più andata. Tutto questo è un’onda. Ci sono onde che non escono dagli apparecchi, ma modificano la nostra maniera di vivere. E ci sono onde piccolissime che modificano un giorno e onde grandi che cambiano una vita intera. Per questo dobbiamo stare più attenti a ciò che emettiamo, perché tutti siamo emittenti, anche se non abbiamo antenne sulla testa. E alcuni le nascondono peggio di altri.
Emettiamo con quello che diciamo, con quello che non diciamo, con quello che facciamo, con quello che promettiamo e poi non manteniamo, con la maniera in cui guardiamo qualcuno, con il modo in cui entriamo in una stanza. Ci sono persone che arrivano e tranquillizzano, altre persone arrivano e alterano l’aria. Ci sono persone che sono come un’emittente limpida e poi ci sono altre che sembrano un’interferenza permanente. Tutti conosciamo qualcuno così.
E, se non conosciamo nessuno, attenzione: potremmo essere noi stessi così. L’onda viva è ovunque. Forse l’intero universo è questo: una immensa conversazione di onde.
La luce di una stella che è morta da milioni di anni e che ancora arriva ai nostri occhi. L’eco di un’esplosione primordiale che ancora viaggia nello spazio, come un rumore antico della nascita di tutto. Le onde del mare, i battiti del petto, la voce umana che cerca di non restare da sola.
E noi, povere creature altezzose, convinte di essere corpi separati, quando forse siamo proprio questo: piccoli centri di vibrazione che si toccano gli uni con gli altri senza saperlo.
A me piace pensare che vivere bene significhi emettere buone onde. E mi piace credere che nessuno se ne vada del tutto finché un’onda continua a viaggiare. Forse è per questo che le onde mi meravigliano così tanto: perché mi ricordano che ciò che è invisibile non è inesistente; che ciò che non si tocca può toccarti per sempre; che ciò che non si vede può governare il mondo. Ecco perché, pensando al Festival delle Relazioni e al nostro talk di ieri a Varallo, volevo fare un omaggio alle onde: a quelle viaggiatrici invisibili, a quelle messaggere dell’universo, a quella musica segreta che unisce ogni cosa senza chiedere permesso. E forse mi faccio anche una domanda: Che tipo di onda lascio e stiamo lasciando negli altri?
Perché vivere, anche se non ce ne rendiamo conto, è emettere. E, prima o poi, tutto ritorna. A volte come eco, a volte come memoria, a volte come amore, e, a volte, se siamo fortunati, come luce. Per questo ieri, a Varallo, quando, guidati dalla giornalista Cristina Barberis Negra, abbiamo messo insieme le nostre voci per parlare di canto e poesia, di tradizioni, di coralità, di radici e, in senso figurato, di semi, nel talk dal titolo Il canto: seme e radici di continuità, è accaduto qualcosa che mi ha fatto pensare ancora una volta alle onde. Quando si sono unite la musica e la voce di Daniele Conserva, la descrizione del progetto di coralità di Valentina Volontè e Giulia Attanasio e la mia voce, chiamata a parlare del punto cubano e della décima cantata nella tradizione cubana, mi sono ricreduta. Pensavo che, essendo io, Yuleisy Cruz Lezcano, l’unica poetessa del talk, avrei dovuto faticare a trovare i punti di unione con il canto. Invece non è stato così, le onde hanno fatto il loro corso. Il talk è entrato in risonanza tra di noi. Poi, grazie al coro finale proposto da Valentina e Giulia, è entrato in queste onde anche il numeroso pubblico presente. E tutto quello che è avvenuto dopo è stato magia.
Non importava che io parlassi di un mondo apparentemente lontano. Il punto cubano, che è una forma poetico-musicale basata sulla décima cantata, spesso improvvisata, trasmessa oralmente tra le generazioni e riconosciuta dall’UNESCO come patrimonio culturale immateriale nel 2017, è diventato anche un patrimonio del gruppo presente. Ho parlato della sua metrica particolare, della sua forma e del suo gioco di rime, che hanno una struttura musicale, dei virtuosismi compiuti dagli strumenti musicali, dell’improvvisazione. E poi, sul momento, tutti i presenti abbiamo cominciato a improvvisare. Perché nel Festival delle Relazioni, ideato da Antonio Spanedda, è accaduto qualcosa di semplice e straordinario: abbiamo partecipato tutti. Siamo entrati dentro le onde, quelle belle, quelle che restano dentro per anni e anni.
