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TEARS FOR FEARS, RAOUL E LE RADICI DI ROLAND ORZABAL

DiGlauco Costantini

Ott 16, 2026

Il 16 ottobre 1995 usciva Raoul and the Kings of Spain, il quinto album dei Tears for Fears e il secondo realizzato senza Curt Smith. Dopo Elemental del 1993, Roland Orzabal proseguiva con il chitarrista e coautore Alan Griffiths e il produttore Tim Palmer, costruendo un disco più raccolto e personale, attraversato dalle proprie origini familiari e spagnole.

Lo ammetto, per me Elemental è stato uno degli album meno riusciti della discografia dei Tears for Fears. Conteneva comunque “Break It Down Again” (che scompariva se affiancato a brani come Woman in Chains o Head Over Heels), ma rispetto ai grandi dischi del duo mi è sembrato mancare qualcosa nell’equilibrio fra scrittura, arrangiamenti e identità. Raoul and the Kings of Spain è un disco dalle sonorità più coraggiose e decise, con arrangiamenti meno accomodanti e atmosfere più dense, a tratti quasi austere e dà l’impressione di una ricerca più autentica, nella quale Roland Orzabal non cerca tanto di ritrovare il successo passato quanto di raccontare qualcosa di più intimo, legato alle proprie radici e alla propria identità.

La curiosità più bella riguarda proprio il nome Raoul. Era il nome che i genitori avevano scelto alla nascita di Orzabal, prima di trasformarlo in Roland per renderlo più semplice da pronunciare in inglese. Anche il riferimento ai re di Spagna rimanda alle sue radici familiari, legate al ramo paterno di origine basca e spagnola. Il titolo, peraltro, era stato preso in considerazione già negli anni Ottanta per il terzo album del gruppo, che sarebbe poi diventato The Seeds of Love.

La Spagna entra nel disco anche attraverso i titoli e le atmosfere. “Los Reyes Católicos” è una parentesi strumentale, mentre “Sketches of Pain” gioca con il titolo del celebre Sketches of Spain di Miles Davis, sostituendo la parola Spain con pain. La copertina, invece, mostra una corsa dei tori a Pamplona, immagine coerente con il tema delle origini e dell’identità.

C’è infine un ritorno significativo. Oleta Adams, che aveva avuto un ruolo importante nell’epoca di The Seeds of Love, duetta con Orzabal in “Me and My Big Ideas”. È una presenza che riporta per un momento all’epoca del duo originale, pur in un album nato da una fase di separazione e cambiamento.

Raoul and the Kings of Spain resta un capitolo meno celebrato rispetto ai grandi classici dei Tears for Fears, ma merita di essere riscoperto proprio per la sua energia e consapevolezza.

Di Glauco Costantini

Graphic designer per mestiere, ascoltatore compulsivo per vocazione. La musica, a cui devo il mio stato di perenne squattrinato, è entrata nella mia vita da poppante. A tre anni dormivo con i 45 giri sotto il cuscino, a cinque ascoltavo Beethoven, mordevo il mobile Grundig di mio padre guardando girare i dischi e suonavo la batteria, finché un giorno inspiegabilmente sparì dalla cantina. Ripiegai sul pianoforte, che abbandonai, anche se mai del tutto, a tredici anni. Poi è iniziato il viaggio vero. Funk a undici anni, rock a dodici, progressive a quattordici, fusion a quindici, jazz a sedici. Negli anni Novanta è arrivata anche la New Age. Tra i miei punti cardinali ci sono Genesis, Pat Metheny, Joe Jackson, Dream Theater, Earth, Wind & Fire, Supertramp, Yes, George Benson, Porcupine Tree, John Coltrane, Toto, Mike Oldfield e Miles Davis. Ho registrato migliaia di cassette, disegnato altrettante copertine sul primo Macintosh 128Kb e comprato dischi anche solo perché erano belli da guardare. Sono anche un pacato motociclista e un veloce camminatore, quando il divano me lo permette.