Il 15 ottobre 1978 usciva il primo album dei Toto, e c’è un modo curioso per riascoltarlo oggi. Dimenticare per un momento “Hold the Line” e partire dall’inizio. Il disco si apre infatti con “Child’s Anthem”, uno strumentale di quasi tre minuti, senza voce e senza un ritornello da radio. Non era una scelta scontata per un album d’esordio, ma una decisione condivisa dalla band, che voleva presentarsi subito come qualcosa di diverso dal consueto gruppo rock costruito intorno a un cantante.
Anche la distribuzione delle voci racconta molto. Bobby Kimball era il frontman, ma non monopolizzava il microfono. David Paich cantava “Rockmaker”, Steve Porcaro si prendeva “Takin’ It Back” e Steve Lukather interpretava “Angela”. In un’epoca in cui la personalità di una band veniva spesso identificata con una voce inconfondibile, i Toto mostravano già la loro natura collettiva. Erano musicisti abituati a lavorare insieme in studio, capaci di cambiare linguaggio senza perdere coesione.
La storia di “Hold the Line” comincia invece nel salotto di David Paich. Il tastierista aveva appena comprato un pianoforte verticale e si fissò sul riff iniziale al punto da suonarlo praticamente per tre giorni. I vicini cominciarono a battere sui muri, esasperati, e i proprietari di casa arrivarono quasi a minacciarlo di sfratto. Quando il brano fu finalmente registrato, raccontò Paich, tutto venne naturale. Quel riff nato fra le mura domestiche sarebbe diventato il biglietto da visita della band.
Durante le registrazioni, Steve Porcaro trasformò l’incisione della voce di “Takin’ It Back” in una scena piuttosto surreale. Secondo il racconto del fratello Jeff, ogni volta che sbagliava una take si toglieva un indumento. Cominciò dalle scarpe e, man mano che continuava a cantare fuori intonazione, arrivò a spogliarsi completamente. A quel punto, finalmente, riuscì a cantare la parte come voleva. Il colpo di scena arrivò due settimane dopo, quando quella registrazione venne cancellata e fu necessario rifarla da capo, addirittura con la voce triplicata. Una stranezza raccontata anni dopo con grande divertimento dagli stessi protagonisti.
E poi c’è “Georgy Porgy”, forse uno degli episodi più sorprendenti del disco. L’idea nacque da una filastrocca per bambini. Paich aveva incontrato Walter Becker degli Steely Dan mentre leggeva un libro di nursery rhymes, ne comprò uno a sua volta e trovò proprio lì l’ispirazione per il titolo. Il suo obiettivo era scrivere un brano R&B dal sapore degli Earth, Wind & Fire. A completare il risultato contribuì la voce di Cheryl Lynn, cantante soul che partecipò alla registrazione.
Non tutti capirono subito la portata di quel miscuglio. Una parte della critica liquidò i Toto come un gruppo di turnisti che aveva deciso di mettersi in proprio, ma era proprio il loro passato da session musician a consentire quella libertà, quel passaggio naturale fra rock, soul, pop e raffinatezze strumentali. Riascoltato oggi, il debutto non è soltanto l’album che contiene il primo grande successo, è il documento di sei musicisti che conoscevano così bene il linguaggio degli altri da poter costruire, fin dall’inizio, una voce comune.
