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YUSRA MARDINI, QUANDO IL NUOTO DIVENTA UNA FORZA PER SOPRAVVIVERE

DiYuleisy Cruz Lezcano

Ago 29, 2026

Ci sono persone che imparano molto presto che l’acqua può essere una casa, per Yusra Mardini il nuoto era cominciato così, come una passione, come uno spazio nel quale il corpo imparava a muoversi, a resistere, a respirare, a non avere paura. Prima ancora che il mondo conoscesse il suo nome e diventasse un simbolo per milioni di persone. E poi, Yusra era semplicemente una ragazza siriana che amava nuotare.

In piscina aveva imparato una delle lezioni più importanti dello sport: ogni distanza si attraversa una bracciata alla volta, ogni allenamento richiede fatica, disciplina, pazienza. Si impara a controllare il respiro, a conoscere il proprio corpo, a continuare anche quando i muscoli chiedono di fermarsi. Il nuoto insegna che il traguardo non arriva mai per caso ma è il risultato di migliaia di gesti ripetuti, di giornate nelle quali si continua ad allenarsi anche quando nessuno guarda.

Poi arrivò la guerra, e con la guerra il giorno in cui il mare non fu più quello della piscina, delimitato dalle corsie e protetto dai bordi. Divenne un mare immenso, scuro, imprevedibile. Un mare da attraversare per fuggire dalla Siria e cercare un luogo nel quale poter ricominciare. Durante la traversata verso la Grecia, il piccolo gommone sul quale Yusra viaggiava con altre persone cominciò a imbarcare acqua. Il motore si fermò e la paura prese il posto delle parole.

Yusra e sua sorella Sara entrarono nell’acqua. Non erano più in una piscina, non c’erano corsie, blocchi di partenza, cronometri, allenatori o pareti da toccare alla fine della vasca. C’era soltanto il mare e per circa tre ore e mezza nuotarono accanto all’imbarcazione, insieme ad altri passeggeri, contribuendo a mantenerla a galla e a condurla verso la costa. Il gesto che tante volte aveva ripetuto durante gli allenamenti assumeva improvvisamente un significato diverso. Quelle bracciate non servivano più a migliorare un tempo sul cronometro, servivano a sopravvivere e a salvare gli altri.

È difficile immaginare cosa significhi trasformare, nel giro di pochi istanti, uno sport amato in una possibilità concreta di salvezza, ma è proprio questo uno degli aspetti più straordinari della storia di Yusra Mardini. Il nuoto, coltivato negli anni con passione e disciplina, era diventato parte di lei, entrato nella memoria del corpo, e quando tutto intorno è diventato incerto, il corpo sapeva ancora nuotare. Forse è questo uno dei doni più profondi che lo sport può lasciare a una persona. La passione coltivata nel tempo può diventare molto più di un’attività, perché può diventare competenza, disciplina, fiducia, identità; può rimanere con noi anche quando perdiamo quasi tutto il resto.

Yusra arrivò in Europa come rifugiata, ma non lasciò il nuoto alle sue spalle. In Germania ricominciò ad allenarsi e tornò in piscina. Riprese il lavoro quotidiano dell’atleta: allenamenti, fatica, ripetizione, resistenza. Ricominciò dalle bracciate, proprio come aveva fatto prima che la sua vita cambiasse. Nel 2016 partecipò ai Giochi Olimpici di Rio de Janeiro con il primo Olympic Refugee Team. Nel 2021 tornò a gareggiare a Tokyo. Questa volta, però, il suo nome era conosciuto: la ragazza che aveva attraversato il mare era diventata un’atleta olimpica, ma Yusra è diventata anche una donna capace di trasformare la propria esperienza in una voce per gli altri. È stata nominata ambasciatrice di buona volontà dell’UNHCR e ha continuato a raccontare la propria storia, non soltanto per ricordare ciò che aveva vissuto, ma per mostrare che dietro la parola «rifugiato» esiste sempre una persona, con una storia, una capacità, una passione e un futuro possibile.

La sua vicenda conduce naturalmente a una riflessione sulla gentilezza. Con la gentilezza c’è la riemersione totale nella poesia del cuore umano. Nel mare, Yusra non poteva risolvere il destino di tutti. Questa donna ha dato la somma di tutti i suoi sforzi ed è riuscita a dare robustezza alla sua enfasi di gesti gentili, a trasmettere il senso del mare che chiama con una voce che non può recare con sé la lingua e le labbra, ma segue quella bontà che dona ali. Solo e senza il nido il gabbiano vola nel sole, anche lo sport conosce bene questa solitudine. L’atleta entra in acqua da solo. Il corpo è solo con il proprio respiro, con la propria fatica, con il proprio limite. Ma dietro quella solitudine ci sono sempre relazioni: qualcuno che ha insegnato, qualcuno che ha incoraggiato, qualcuno che ha creduto nella possibilità di arrivare dall’altra parte.

Di Yuleisy Cruz Lezcano

Yuleisy Cruz Lezcano è poetessa, scrittrice, traduttrice e attivista per i diritti sociali, nata a Cuba e residente in provincia di Bologna. Autrice di diciotto libri, alcuni in edizione bilingue, la sua scrittura attraversa i temi del translinguismo, della migrazione, della memoria diasporica e dei diritti umani. Collabora con numerose testate giornalistiche e riviste culturali italiane, spagnole e latinoamericane, occupandosi di letteratura, cultura, traduzione e impegno civile. Finalista e vincitrice di importanti premi letterari nazionali e internazionali, affianca all’attività letteraria progetti educativi e iniziative contro la violenza e le disuguaglianze sociali.