Il 26 ottobre 1999 usciva Metropolis Pt. 2: Scenes from a Memory, uno degli album più ambiziosi dei Dream Theater. Un concept costruito intorno alla memoria, alla reincarnazione e a un omicidio, nel quale musica e narrazione si sviluppano come parti di un’unica composizione. Ma la sua storia comincia molto prima della registrazione definitiva, e non nel modo in cui potremmo immaginare.
Nel 1992, su Images and Words, la band aveva intitolato Metropolis—Part I: “The Miracle and the Sleeper” un brano che non era stato concepito come l’inizio di una saga. Quel “Part I” era, in origine, una scelta ironica di John Petrucci. Furono i fan, chiedendo continuamente quando sarebbe arrivato il seguito, a trasformare quella battuta in una promessa da mantenere.
La prima versione di Metropolis Pt. 2 nacque nel 1996, durante il lavoro per Falling Into Infinity. Era una lunga composizione strumentale di circa venti minuti, con diversi temi che sarebbero poi confluiti nel disco del 1999. Non trovò posto nell’album, anche perché la casa discografica impose di ridurre il materiale previsto. L’idea, però, rimase sul tavolo e la band decise di recuperarla per costruire qualcosa di molto più ampio.
Per il nuovo lavoro i Dream Theater tornarono ai BearTracks Studios di Suffern, nello Stato di New York, lo stesso luogo in cui avevano registrato Images and Words. Questa volta decisero di sviluppare la storia completa, trasformando il nucleo strumentale in un concept album. Fu anche il debutto discografico di Jordan Rudess alle tastiere, chiamato a entrare in una formazione che aveva già un’identità precisa e un pubblico esigente. Il suo compito non era semplicemente sostituire Derek Sherinian, ma inserirsi in un linguaggio musicale estremamente articolato.
C’è poi un dettaglio tecnico poco noto. Il missaggio finale non fu lineare. Dopo il lavoro iniziale di David Bottrill, emersero divergenze sulla resa sonora e Kevin Shirley venne coinvolto per intervenire sul materiale. Non fu possibile rifare da capo il missaggio di ogni brano, per cui alcune tracce conservarono il mix precedente. Anche un album così compatto nella narrazione porta dunque i segni di decisioni prese in fase di produzione.
Da Overture 1928 a The Dance of Eternity, con i suoi continui cambi di tempo e le sue combinazioni strumentali, fino alla conclusione della storia di Nicholas, il disco richiede un ascolto attento. Non è soltanto una dimostrazione di tecnica, ma il tentativo di far convivere virtuosismo, struttura narrativa e sviluppo tematico.
Scenes from a Memory rappresentò anche una svolta dopo le difficoltà di Falling Into Infinity. La band riprese il controllo della propria direzione artistica e realizzò un’opera che ancora oggi è considerata uno dei punti di riferimento del progressive metal.
