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IMPRESA FUTURO. IL FUTURO DEL FARE IMPRESA. L’IMPRESA DI COSTRUIRE IL FUTURO

DiRedazione

Giu 22, 2024

Si è aperto ad Asolo, sul tema “Un territorio, un progetto, un governo”, il ciclo di cinque eventi per offrire visioni di futuro sulla governance del territorio, gli scenari della politica locale, il lavoro che cambia, l’intelligenza artificiale

Oscar Bernardi, presidente Confartigianato Imprese Marca Trevigiana: «La politica dei “campanili” è finita da tempo, oggi si vince o si perde come sistema territorio»

«Puntiamo a una fotografia aggiornata della Marca Trevigiana, propedeutica per individuare le scelte da intraprendere. Un’analisi prospettica di quattro macrosistemi: la governance del territorio, gli scenari della politica locale, il lavoro che cambia, l’intelligenza artificiale».

Oscar Bernardi, presidente Confartigianato Impresa Marca Trevigiana, sintetizza in questo modo il ciclo d’incontri “Impresa Futuro. Il futuro del fare impresa. L’impresa di costruire il futuro”, inaugurato ieri ad Asolo. Un progetto lanciato dalle associazioni mandamentali e provinciale per interpretare l’ecosistema impresa-territorio-comunità rispetto alle principali sfide per il futuro.

«Prendere di petto le trasformazioni e affrontarle significa avere una visione», è stato l’invito di Oscar Bernardi. «È un impegno che interpella le imprese, le istituzioni, la società, l’individuo, la cultura al pari dell’economia. L’obiettivo è di indicare dei percorsi, necessariamente sinergici, lungo le diverse direttrici che sono coinvolte nei processi di trasformazione. L’ambizione è di offrire alle imprese, come anche alle istituzioni locali e alla società civile, una visione di futuro davvero sostenibile, dove possano trovare cittadinanza i valori che contraddistinguono le nostre comunità, rendendoli competitivi nel mondo che cambia».

Non a caso l’appuntamento d’esordio si è incentrato sul tema “Un territorio, un progetto, un governo – Le amministrazioni pubbliche e la sfida dello sviluppo sostenibile”. «Servono politiche fondate sul riutilizzo del patrimonio esistente e contro lo spreco del territorio», è l’appello lanciato dal presidente Bernardi. «Una scelta a tutela del valore dell’identità dei nostri luoghi. Una responsabilità che chiama in causa le amministrazioni pubbliche. Serve una politica che superi i “campanili”: oggi si vince o si perde come sistema territorio».

«La capacità istituzionale di governo del territorio è un fattore competitivo». La conferma arriva da Patrizia Messina, direttore del master in manager dello Sviluppo locale e sostenibile all’Università di Padova. «A maggior ragione pensando alla sfida epocale che abbiamo davanti, una sorta di metamorfosi più che una semplice trasformazione».

Per focalizzare lo stato dell’arte del nostro territorio, Patrizia Messina ha richiamato l’Indice europeo di adeguatezza istituzionale e competitività regionale. I paesi del nord Europa sono più competitivi perché hanno ridotto i Comuni. Non così l’Italia e l’Europa mediterranea. Una questione anche storica: i nostri comuni hanno un connotato politico e identitario, mentre nel nord Europa sono essenzialmente unità amministrative. Il Veneto, in questo senso, ha un’ulteriore criticità: localismi molto forti e regionalità debole. Oltre alla frammentazione amministrativa, c’è una sovrapposizione di strumenti e di tavoli di lavoro.

Focalizzandosi sul welfare, anche gli strumenti a disposizione, Ipa-Intese programmatiche d’area e Ats-Ambiti territoriali sociali, hanno logiche diverse e non omogenee, spesso dovendo fare i conti con dimensioni territoriali eccessive. Interessanti esperienze sono le Fondazioni di promozione sociale, che restano però innovazioni legate a territori e non a una programmazione più ampia. «I soldi possono esserci», conclude Patrizia Messina, «ma serve un governo più efficace del territorio. Una scelta possibile, ci sono tutti gli elementi per realizzarlo, ma serve un cambiamento di prospettiva».

«La Regione dal 2012 ha agito per ricomporre una frammentazione territoriale», puntualizza Maurizio Gasparin, segretario generale della Programmazione della Regione Veneto. «C’è una frammentazione orizzontale, derivata dalle inadeguate dimensioni demografiche dei Comuni, e una frammentazione verticale, con dodici livelli di competenze di governo». L’obiettivo resta quello di semplificare i livelli di governo. «Il tema dell’autonomia non è per nulla marginale nel riordino del territorio», rilancia Maurizio Gasparin, che coordina il gruppo regionale di lavoro sull’autonomia. «Per avviare le trattative a Roma occorre sapere cosa fa ora lo Stato ed è quanto la Regione sta mettendo a punto».

«La geografia del Veneto spiega la difficoltà a governare il territorio». Ne è convinta Viviana Ferrario, geografa allo Iuav di Venezia, dove è referente del Rettore per i rapporti con il Nord-Est. «Il Veneto è considerato come una sorta di “catalogo” di ecosistemi. Il nostro territorio è estremamente complesso da governare, ma questa è anche una grande risorsa e opportunità».

A descrivere questa diversità è il paesaggio, una sintesi tra le popolazioni e il territorio. Il paesaggio, in questo senso, è espressivo di identità.

«Il punto dolente del Veneto è proprio la programmazione paesaggistica», sottolinea Viviana Ferrario. «Governare il paesaggio significa governare il territorio. Dal 2004 ad oggi il paesaggio si è trasformato e c’è bisogno di una nuova lettura, di un aggiornamento». Per questo il gruppo di lavoro dell’Università ha messo a punto un procedimento per la nuova identificazione degli ambiti. Il risultato è una mappa, automatica e aggiornata, per la pianificazione centrata su 14 ambiti paesaggistici. Unito a questo, i ricercatori hanno indicato gli obiettivi di qualità paesaggistica per un progetto di territorio. «Il paesaggio è futuro, perché fa vedere ciò che si fa», ha fatto notare la professoressa Ferrario. «Ciascuno ha un’immagine mentale di ciò che è territorio, per questo è necessario costruire delle visioni che siano coerenti e condivise».

«A ciascuno la propria responsabilità di agire», conferma Oscar Bernardi nella sua conclusione, «ma con una consapevolezza: urgono visioni e azioni condivise, perché non è più immaginabile affrontare le trasformazioni senza la capacità di fare sistema».

Di Redazione

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