L’intervista a Yuleisy Cruz Lezcano si inserisce nel contesto della presentazione del suo libro “Di un’altra voce sarà la paura”, evento che ha inaugurato la rassegna “Il Maggio dei Libri” a Piombino. L’incontro si è svolto presso la Biblioteca del Comune, in un clima di partecipazione attenta e coinvolta, alla presenza dell’assessore alla cultura, a testimonianza dell’importanza istituzionale e civile dell’iniziativa. In questo spazio dedicato alla riflessione e al dialogo, la voce dell’autrice si è intrecciata con quella dei relatori e del pubblico, dando vita a un confronto profondo sui temi della scrittura, dell’identità e dell’impegno sociale.
È proprio a partire da questo momento di condivisione che prende forma l’intervista condotta dalla professoressa Loretta Mazzinghi: un dialogo che approfondisce non solo il percorso letterario dell’autrice, ma anche le radici più intime della sua poesia e il suo costante impegno sui temi dei diritti umani e della violenza di genere.
Intervista a Yuleisy Cruz Lezcano di Prof.ssa Loretta Mazzinghi
Come è nata in lei questa passione per la scrittura e la poesia?
La mia passione per la scrittura e per la poesia non è nata all’improvviso, ma come una necessità interiore, quasi un richiamo inevitabile. Fin da giovane ho sentito che la parola aveva un peso diverso: non era soltanto uno strumento per comunicare, ma uno spazio in cui potermi rifugiare e, allo stesso tempo, comprendere ciò che mi circondava. Crescendo, questo impulso si è nutrito delle mie letture. L’incontro con José Lezama Lima è stato decisivo: mi ha insegnato che la poesia non è semplice espressione, ma una forma di conoscenza, una ricerca dell’origine e del mistero. Allo stesso modo, nella scrittura di Alejandra Pizarnik ho riconosciuto una dimensione più intima e fragile, dove la parola diventa uno specchio dell’anima, anche nei suoi lati più oscuri. Un’altra influenza importante è arrivata dal realismo magico di Gabriel García Márquez e Julio Cortázar, che mi hanno mostrato come la realtà possa essere attraversata da una dimensione simbolica e visionaria. Questo ha cambiato il mio modo di guardare il mondo. Ma, più profondamente, la scrittura è nata come risposta a un’esigenza personale, cioè quella di dare forma alle emozioni, alle domande, alle fratture interiori. Anche l’esperienza dello sradicamento ha avuto un ruolo importante, essere lontana dalla mia terra ha reso la parola ancora più necessaria, come un ponte tra ciò che ero e ciò che sono diventata. Per questo dico sempre che la poesia non è stata una scelta, ma una scoperta graduale. È nata nel silenzio, nella lettura, nella ricerca di senso. Scrivere è diventato il mio modo di esistere, di resistere e di restare in dialogo con il mondo e con me stessa.
Questo suo modo poetico di guardare il mondo e di trasmettere emozioni nasce in lei direttamente in immagini? O c’è anche un lavoro raffinato sulla parola, e le scelte di lessico sono dovute anche ad una profonda cultura letteraria e filosofica?
Il mio modo poetico di guardare il mondo nasce spesso da immagini, ma non si tratta mai di un processo puramente immediato o istintivo. L’immagine arriva come un’apparizione, come direbbe la tradizione simbolista, è qualcosa che si impone alla coscienza ma che, allo stesso tempo, chiede di essere decifrato. Penso che il simbolo non comunica mai in modo diretto, ma “nasconde mostrando”, e proprio in questa tensione tra visibile e invisibile si apre lo spazio della poesia. L’immagine, quindi, non è mai un punto di arrivo, ma una soglia. È il luogo in cui inizia un lavoro più profondo sulla parola. Qui sento forte la lezione dell’Espressionismo, che, come ha mostrato la critica di inizio Novecento, non si limita a rappresentare la realtà, ma la deforma per restituirne la verità interiore. È ciò che accade, ad esempio, nella poesia di Georg Trakl, dove il paesaggio non è mai descrizione, ma proiezione dell’abisso emotivo. Allo stesso tempo, il mio lavoro è profondamente attraversato dalla densità del Simbolismo, che, come ha ricordato anche la tradizione critica francese e russa, trasforma ogni parola in un campo di risonanze. Penso a Stéphane Mallarmé, per il quale il linguaggio non nomina semplicemente le cose, ma le evoca, le sospende, le rende quasi metafisiche. In questa prospettiva la parola non è mai neutra: è un organismo vivo, carico di stratificazioni. Per questo ogni scelta lessicale è per me un gesto consapevole. La parola viene ascoltata, pesata, interrogata. La filosofia ha avuto un ruolo decisivo in questo processo, in particolare la lezione di María Zambrano, quando scrive che il pensiero nasce da una “ragione poetica”, cioè da una forma di conoscenza che non separa intuizione e riflessione. Allo stesso modo Hannah Arendt ci ricorda che pensare significa sostare nel mondo senza fuggirlo, accettando la complessità delle domande più che la fretta delle risposte.
È proprio da qui che nasce quella che sento come una necessità di “tornare a camminare”. Camminare, in senso filosofico e poetico, significa rifiutare la risposta immediata, accettare la lentezza del pensiero, come nella tradizione greca della permanenza interrogativa. È un movimento che richiama anche Walter Benjamin quando parla del pensiero come “arresto” e insieme come attraversamento: fermarsi per vedere meglio, ma senza perdere il movimento della ricerca.
Le immagini, dunque, sono fondamentali, ma non sono mai isolate. Sono attraversate da una lunga sedimentazione culturale, dalla filosofia alla letteratura, dalla tradizione simbolista alle avanguardie espressioniste, fino alla riflessione sul linguaggio come spazio di conoscenza. Senza questo lavoro, l’immagine resterebbe muta; senza l’immagine, la parola sarebbe vuota. La poesia nasce proprio nell’incontro tra queste due dimensioni: tra ciò che appare improvvisamente alla visione e ciò che, lentamente, la lingua riesce a trasformare in pensiero. È un equilibrio fragile, ma necessario: tra intuizione e costruzione, tra emozione e coscienza, tra il vedere e il nominare.
Si considera una cittadina italiana integrata nelle sue due radici? (la terra di origine e quella di adozione?) E dunque si può parlare anche di “meticciato” culturale nella sua produzione?
Non vivo l’identità come qualcosa di stabile o definitivamente acquisito, ma come un processo in continua trasformazione. Non mi considero una “cittadina integrata” nel senso chiuso del termine, perché l’integrazione, per come la sento io, non è mai fusione perfetta né cancellazione delle origini. È piuttosto una convivenza dinamica tra più strati di appartenenza, tra più lingue che si osservano, si contaminano e a volte si interrogano a vicenda. La mia esperienza nasce proprio da questa frizione fertile tra Cuba e Italia, tra la lingua materna e la lingua adottata, tra la memoria affettiva e la realtà presente. Scrivere in italiano non ha significato abbandonare lo spagnolo, ma abitare una soglia. E lo spagnolo, a sua volta, continua a lavorare dentro la scrittura italiana come una sorta di eco interiore, come una vibrazione che non si spegne. In questo senso, sì, si può parlare di meticciato culturale nella mia produzione, ma non come somma armoniosa di due identità già definite. È piuttosto un campo di tensioni, di passaggi, di traduzioni mai definitive. Il translinguismo, per me, non è soltanto una pratica linguistica, ma una condizione esistenziale: ogni lingua modifica la percezione del mondo e, allo stesso tempo, è modificata dall’esperienza che la attraversa. Mi sento vicina al pensiero di Edmond Jabès quando afferma che lo scrittore è sempre uno straniero nella propria lingua. Questa idea è centrale per comprendere il mio rapporto con l’italiano: non è mai una lingua completamente “posseduta”, ma una lingua in cui mi sposto, in cui cerco, in cui a volte mi riconosco e altre volte mi perdo. Per Jabès, la scrittura nasce proprio da questa condizione di esilio permanente, da una mancanza che non si risolve ma si trasforma in domanda. E io sento che questa dimensione interrogativa è profondamente presente nel mio modo di scrivere. Essere tra due lingue significa anche accettare che nessuna delle due possa contenere interamente l’esperienza. La lingua non è mai un contenitore neutro ma è memoria, storia, corpo culturale. Per questo la mia scrittura si muove tra questi due poli senza cercare una sintesi definitiva. Non si tratta di scegliere una patria linguistica, ma di abitare lo spazio tra le lingue come luogo creativo.
Se parlo di integrazione, allora, la intendo come una forma di ascolto reciproco tra mondi diversi, non come assimilazione. Il mio lavoro poetico nasce proprio da questa intersezione tra ciò che porto con me e ciò che mi accoglie, tra ciò che si conserva e ciò che si trasforma. In questo spazio intermedio, che non è mai del tutto stabile, si costruisce la mia voce.
Di un’altra voce sarà la paura: Perché ha sentito il bisogno di esprimere la violenza di genere e non solo in
un’intera raccolta, con immagini così potenti e un linguaggio così oscuro e evocativo? Quale funzione pensa che abbia la sua poesia nell’affrontare questa complessa problematica?
La scelta di dedicare un’intera raccolta poetica alla violenza di genere nasce, per me, da una necessità etica prima ancora che estetica. Non si tratta di un tema “affrontato”, ma di una realtà che attraversa i corpi, le storie e il linguaggio stesso, imponendo alla parola poetica una responsabilità precisa, quella di non distogliere lo sguardo. In Di un’altra voce sarà la paura ho sentito l’urgenza di dare forma a ciò che spesso resta indicibile o frammentato: la paura, il silenzio, la frattura dell’identità, ma anche le zone più sottili della resistenza. La poesia, in questo senso, non è mai decorazione del dolore, ma una forma di esposizione della ferita. Come ho cercato di dire anche in altre occasioni, la parola poetica diventa uno spazio in cui l’esperienza traumatica può essere nominata senza essere semplificata, mantenendo tutta la sua complessità umana e sociale. Il linguaggio che ho scelto, a tratti oscuro, materico, fortemente evocativo, nasce dalla consapevolezza che la violenza non è mai lineare né trasparente. Ha stratificazioni psicologiche, culturali, simboliche. Per questo la poesia non può limitarsi a descriverla, deve deformarla, farla emergere attraverso immagini che colpiscano non solo l’intelletto, ma anche la percezione emotiva. In questo senso mi sento vicina a una concezione della scrittura come “trasfigurazione del reale”, dove la metafora non attenua, ma intensifica la realtà.
La funzione della mia poesia non è quella di spiegare la violenza, ma di creare uno spazio di ascolto. Un luogo in cui il lettore possa entrare in contatto con ciò che spesso resta invisibile o normalizzato. La poesia diventa così un atto di testimonianza e, allo stesso tempo, di resistenza: nomina ciò che il linguaggio sociale tende a rimuovere o a semplificare. Dare voce non significa parlare al posto di qualcun’altra, ma costruire un campo di risonanza in cui le esperienze possano essere riconosciute. In questo senso la scrittura ha anche una dimensione politica e trasformativa.
Quale sono le differenze e le similitudini, per quanto riguarda la disuguaglianza di genere, fra il nostro paese e Cuba? Soprattutto per quanto riguarda le cause e gli strumenti per combatterla?
Quando si osserva la disuguaglianza di genere tra Italia e Cuba, è importante evitare letture semplicistiche o comparative in termini di “meglio” o “peggio”, perché in realtà si tratta di due sistemi diversi che producono forme differenti, ma ugualmente radicate, di disuguaglianza. La prima similitudine riguarda la radice culturale del problema. In entrambi i paesi la disuguaglianza di genere si innesta su una struttura patriarcale ancora attiva, anche se declinata in modi diversi. A Cuba questa struttura si intreccia con una cultura storicamente segnata dal machismo latinoamericano e da condizioni economiche più fragili, che amplificano la vulnerabilità delle donne. In Italia, invece, il patriarcato assume forme più sottili e istituzionalizzate, perchè si manifesta nelle disuguaglianze salariali, nella rappresentanza politica ancora limitata, e soprattutto nella persistenza della violenza domestica e dei femminicidi, che restano un fenomeno strutturale.
Se guardiamo alle cause, in entrambi i contesti emerge un elemento comune: la difficoltà a trasformare le norme in cambiamento culturale reale. Le leggi possono avanzare, ma la mentalità sociale evolve più lentamente. A Cuba, per esempio, esistono riforme importanti sul piano dei diritti familiari e della diversità, ma la loro applicazione incontra limiti legati sia alle condizioni economiche sia a una gestione ancora centralizzata della sfera pubblica e della libertà civile. In Italia, al contrario, il sistema democratico garantisce una maggiore articolazione istituzionale, ma spesso si scontra con vuoti legislativi e con una cultura mediatica che tende ancora a riprodurre stereotipi di genere o a normalizzare la violenza.
Per quanto riguarda gli strumenti di contrasto, le differenze sono più evidenti. In Italia esiste un apparato più strutturato di protezione: centri antiviolenza, strumenti giudiziari come il “Codice Rosso”, reti associative e una crescente attenzione giuridica ai diritti delle donne e delle persone LGBTIQ+. Tuttavia, la frammentazione degli interventi e la lentezza dei procedimenti giudiziari mostrano che l’efficacia non è ancora pienamente garantita. A Cuba, invece, il quadro è diverso: esiste una forte presenza dello Stato nelle politiche sociali e alcune riforme legislative significative, ma mancano ancora strumenti capillari e indipendenti di protezione, così come un riconoscimento giuridico pieno e sistematico della violenza di genere come fenomeno strutturale.
Eppure, c’è anche un punto di contatto importante: in entrambi i paesi la battaglia contro la disuguaglianza di genere si gioca oggi sulla distanza tra legge e realtà. Non basta proclamare diritti o approvare riforme; è necessario che questi diritti diventino esperienza quotidiana, possibilità concreta di vita. In questo senso, la disuguaglianza di genere non è solo una questione normativa o giuridica, ma una questione di cultura, di linguaggio e di immaginario collettivo. E forse è proprio qui che il lavoro della poesia e della riflessione culturale può avere un ruolo: rendere visibile ciò che spesso resta normalizzato, e restituire complessità a ciò che viene semplificato.
In che cosa consiste il suo progetto di sensibilizzazione contro la violenza di genere e contro i minori e la sua esperienza dentro una casa rifugio a Bologna?
Il mio progetto di sensibilizzazione contro la violenza di genere e contro la violenza sui minori nasce dall’esperienza concreta dentro una casa rifugio a indirizzo segreto a Bologna, dove l’accoglienza non è un concetto astratto ma una pratica quotidiana fatta di protezione, ascolto e ricostruzione. Dentro questo spazio si lavora con donne e bambini che hanno attraversato forme di violenza estrema: violenza domestica, abusi prolungati, tratta, controllo coercitivo. Non si tratta di “casi”, ma di biografie spezzate che arrivano con un carico di trauma che spesso non è ancora nominabile. In questo contesto ho compreso che la prima forma di sensibilizzazione non è verso l’esterno, ma dentro la relazione di cura: riconoscere la complessità di ciò che la persona porta, senza semplificarla né ridurla alla violenza subita. La casa rifugio, con il suo numero limitato di ospiti (massimo 14 persone compresi i bambini), è uno spazio che funziona come soglia tra il prima e il dopo. Qui la priorità non è “cercare la verità” in senso giudiziario o narrativo, ma garantire sicurezza e possibilità di ri-esistenza. La verità, se arriva, arriva dopo; prima c’è la sopravvivenza, la stabilizzazione emotiva, la ricostruzione di un minimo di fiducia. Il mio progetto di sensibilizzazione nasce proprio da questa consapevolezza: la violenza non è solo un evento, ma un sistema che attraversa corpo, linguaggio e istituzioni. Per questo lavoro su due livelli. Il primo è interno alla struttura: osservare e comprendere come il percorso di protezione internazionale, dalla presa in carico dei servizi sociali fino alla Questura e alla Commissione territoriale, non sia solo un iter burocratico, ma anche un percorso umano profondamente fragile. Figure come assistenti sociali, mediatori culturali e operatori legali non sono solo tecniche, ma presenze che possono fare la differenza tra il sentirsi oggetto o soggetto di un percorso di rinascita. In questo senso la sensibilizzazione passa anche attraverso la formazione e la consapevolezza di chi opera nei servizi.
Il secondo livello è esterno, raccontare ciò che accade dentro questi luoghi senza violarne la segretezza, ma restituendone la complessità. Significa far comprendere che dietro parole come “accoglienza”, “protezione internazionale”, “seconda accoglienza”, ci sono donne e bambini che attraversano tempi lunghi, procedure articolate, attese anche di due anni, e che la violenza non finisce con la fuga, ma continua spesso sotto forma di paura, precarietà, trauma.
Per quanto riguarda i minori, la sensibilizzazione assume una dimensione ancora più delicata. I bambini che entrano in casa rifugio portano spesso una memoria corporea della violenza, anche quando non hanno le parole per raccontarla. Il lavoro educativo e relazionale diventa quindi fondamentale, così come lo è ricostruire routine, sicurezza, possibilità di gioco e di linguaggio. Proteggere i minori significa anche proteggere il loro diritto a una narrazione diversa della propria storia. In questo percorso ho imparato che la violenza di genere e quella sui minori non possono essere separate, ma sono spesso intrecciate, perché colpiscono la stessa struttura relazionale e lo stesso spazio domestico, che da luogo di cura diventa luogo di rischio. La sensibilizzazione che porto avanti si fonda quindi su una doppia direzione: da un lato dare visibilità a ciò che normalmente resta invisibile, dall’altro evitare ogni semplificazione. Non si tratta di trasformare il dolore in slogan, ma di restituire complessità a ciò che la società tende a ridurre. Dentro la casa rifugio ho compreso che la protezione non è solo un atto istituzionale, ma un processo umano lungo, fatto di piccoli passaggi, che possono essere una firma consapevole, una traduzione che permette di capire, un incontro con l’assistente sociale, una decisione della Commissione, ma anche un gesto quotidiano di cura. È in questa trama concreta che il mio progetto di sensibilizzazione trova la sua radice.
Il suo impegno civile si estende anche alla denuncia degli omicidi bianchi dovuti alla mancanza di sicurezza sul luogo di lavoro. Che cosa l’ha spinta a immergersi anche in questo aspetto?
Non si tratta di due percorsi separati, ma di due volti della stessa fragilità: la violenza che colpisce i corpi quando vengono resi invisibili, esposti, sacrificabili. L’attenzione alle morti sul lavoro nasce per me dalla stessa radice che attraversa il lavoro nella casa rifugio: l’idea che la vita umana venga spesso collocata in una zona di esposizione, dove la protezione non è garantita o non è sufficiente. Nel caso delle donne vittime di violenza domestica o di tratta, il corpo è uno spazio su cui si esercita il potere in modo diretto; nel caso delle morti sul lavoro, il corpo diventa invece uno strumento dentro un sistema produttivo che, quando non rispetta le norme di sicurezza, lo espone a rischi evitabili. In entrambi i casi c’è una stessa dinamica di fondo: la normalizzazione del rischio. Da un lato il rischio della violenza privata, che si consuma nel silenzio delle relazioni; dall’altro il rischio professionale, che si consuma nella quotidianità del lavoro. E in entrambi i casi, troppo spesso, la società tende a considerare queste morti come “incidenti”, quasi inevitabili, invece che come il risultato di scelte, omissioni o responsabilità strutturali. Quello che mi ha spinta ad approfondire anche questo aspetto è stata proprio la consapevolezza maturata nel lavoro sociale: quando si ascoltano storie di vulnerabilità estrema, si comprende che la sicurezza non è mai un dato acquisito, ma un diritto che va continuamente costruito e difeso. La casa rifugio insegna che senza protezione reale non esiste libertà; allo stesso modo, nei luoghi di lavoro, senza sicurezza non esiste dignità.
Per concludere: In Italia abbiamo profondamente amato la Cuba rivoluzionaria di Fidel e Che Guevara, e la lotta di David contro il Golia americano. Che cosa rimane oggi di quel sogno di uguaglianza e giustizia sociale? E quale è oggi la situazione del suo paese di origine?
Parlare di quel “sogno” significa sempre muoversi tra memoria storica e realtà presente, e le due dimensioni oggi non coincidono più in modo lineare. Dell’idea originaria di giustizia sociale che ha attraversato la rivoluzione cubana restano certamente alcuni pilastri importanti: un sistema di istruzione e sanità pubblica universale, una forte centralità dello Stato nella tutela dei diritti sociali di base e una cultura dell’uguaglianza che ha segnato profondamente l’immaginario collettivo del Paese. Sono elementi che, anche nelle difficoltà attuali, continuano a rappresentare una conquista storica reale per la popolazione. Tuttavia, ciò che oggi emerge con sempre maggiore evidenza è la distanza tra quel progetto ideale e le condizioni concrete di vita. Cuba attraversa una crisi economica e sociale molto complessa, segnata da scarsità di beni essenziali, difficoltà energetiche, inflazione, emigrazione crescente e una pressione quotidiana sulla sopravvivenza materiale delle famiglie. A questo si aggiunge la tensione tra riforme legislative importanti, come quelle in ambito familiare e dei diritti civili, e una realtà amministrativa e infrastrutturale che fatica a renderle pienamente operative. È una società in cui convivono, in modo quasi paradossale, avanzamenti normativi significativi e una fragilità economica che incide profondamente sulla libertà reale delle persone. Questo crea una forma di disuguaglianza meno visibile rispetto a quella classica, ma altrettanto incisiva: la disuguaglianza delle possibilità concrete. Il “Golia” di cui spesso si è parlato nel confronto geopolitico con gli Stati Uniti non è più l’unico riferimento interpretativo. Oggi le difficoltà di Cuba non si leggono solo attraverso la lente del blocco o delle tensioni internazionali, ma anche attraverso fattori interni strutturali: la capacità di aggiornare il sistema produttivo, la gestione delle risorse, l’apertura economica controllata, e soprattutto la possibilità di garantire spazi più ampi di partecipazione e autonomia sociale. Il risultato è un Paese che continua a vivere dentro una forte contraddizione: da un lato un capitale simbolico di uguaglianza e dignità sociale che ha segnato la sua storia; dall’altro una quotidianità segnata da limiti materiali che incidono profondamente sulla vita delle persone.

