Ultimo sguardo
E tutto di un colpo si perde quella gioia,
che lascia solo sollevare la sua bara
per abbracciare l’abisso del funesto giorno
con occhi di petardo, spenti e accesi insieme.
Ti sarebbe piaciuto inchiodare la morte
nel foglio, come una grande farfalla notturna,
fermarla tra le dita ruvide di calce,
ma è stata lei a spingerti tra le sue acque.
La morte ti ha rubato,
ti ha rubato tanto,
la sillaba intera di una giornata,
si è sfumato il suono della fata
clonatrice di addii e respiri interrotti.
Sul cantiere restano chiodi
e il vento conta i passi che non torneranno.
La terra pronta per accogliere
si apre, nel finire
per ricominciare.
E dice la cronaca: un altro
se n’è andato
muto, conforme, dentro la polvere,
ma il tuo nome resiste tra le travi,
è eco dissociato da superflue parole.
Nel bianco dell’ospedale
hai lasciato semi, orizzonti,
mani invisibili ora stringono il mondo
con la forza che tu hai donato.
La tua famiglia raccoglie
luce tra le crepe,
ascolta il tuo passo nel vuoto,
e ogni lacrima è un ponte fragile
tra ciò che resta e ciò che continua.
Forse prima di morire
hai guardato lontano,
agli alberi rosa sospesi nel vento,
e lì hai nascosto un ultimo respiro
per chi, vivendo, ti porterà ancora.
Ho scritto questa poesia nel giorno del Primo Maggio, Festa dei Lavoratori, perché questa data non è soltanto celebrazione, ma anche memoria e responsabilità. È il giorno in cui il lavoro dovrebbe essere dignità e sicurezza, non rischio e perdita. Il nome di Danilo Trentin diventa così più di una notizia: è un volto, una storia, una presenza concreta che si oppone all’anonimato della cronaca. Dare voce alla sua vicenda significa sottrarla al silenzio che spesso inghiotte chi muore lavorando. Questa poesia nasce per accompagnare il dolore della sua famiglia e di tutti coloro che restano. Ma nasce anche per trasformare quel dolore in consapevolezza, perché ogni perdita sul lavoro interroga tutti, non solo chi la subisce da vicino.
C’è poi il gesto della donazione degli organi, che ho voluto mettere al centro come simbolo potente: dentro la tragedia, una scelta capace di generare vita. È una forma di continuità che contraddice la fine, un atto umano che illumina anche il buio più profondo.
Yuleisy Cruz Lezcano
